Articolo de La Stampa
Fino al 2019 non sapevo cosa potesse esserci dietro quelle mura, allora mi sono detto: se non possiamo portare la città dentro al carcere portiamo il carcere nelle città. Così è sorta l’idea di far nascere queste realtà di economia carceraria, metterle insieme e dire: facciamoci vedere, facciamoci conoscere, portiamo un messaggio di buone pratiche. Questo è il principio che ha sempre connotato questa manifestazione. Noi non vogliamo portare fuori la polemica, non portiamo fuori i limiti, non portiamo fuori tutte le cose che non vanno. Tutti sanno che ci sono tantissimi problemi irrisolti nelle carceri, ma se noi portiamo fuori delle buone pratiche che possono diventare modelli di stimolo, allora faremo qualcosa che potrà veramente essere utile per un cambiamento».
Se non possiamo portare la città dentro al carcere portiamo il carcere nelle città
Tutto nasce nel 2019.
Davide Danni, presidente di «Panaté Società Benefit» e cofondatore dell’Associazione Art.27 che da tre anni organizza «Art.27 – Expo» a Cuneo, racconta l’origine della sua attività. «L’occasione di portare il lavoro in carcere nasce da un caso fortuito successo nel 2019, quando noi eravamo già operativi con un piccolo laboratorio di produzione di prodotti da forno. Avevamo cominciato a fare questi prodotti da utilizzare nell’ambito dei nostri locali e in modo fortuito veniamo in contatto con il dottor Gaetano Pessolano, responsabile dell’area trattamentale della Casa Circondariale di Cuneo, che viene a sapere che abbiamo questa attività esterna e così ci provoca dicendo: perché non venite a fare questo lavoro all’interno del carcere e provate a coinvolgere qualche detenuto nel processo di lavoro? Quindi siamo proprio passati dal negozio al carcere da perfetti ignoranti delle dinamiche di un carcere».
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Articolo de La Stampa
Formazione, lavoro, recupero: “Articolo 27 Expo”, a Cuneo il carcere diventa un’impresa
E è vera la frase attribuita a Voltaire che «il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri», l’Italia non se la passa molto bene. Sovraffollamento invivibile, disagio insostenibile per chi è recluso e chi ci lavora, tasso di suicidi mai così alto e tendenza ad aumentare repressione e inasprimento delle pene. Il tutto, ovviamente, appesantito da costi elevatissimi per la comunità sia in termini economici sia sociali.
È partendo da questa fosca constatazione che la «panatè Società Benefit», dal 2019 cerca di cambiare la prospettiva del carcere in Italia con laboratori di panificazione all’interno delle carceri piemontesi, dimostrando che il carcere può essere luogo di formazione, lavoro, crescita e opportunità. L’intuizione di portare il lavoro nelle prigioni per insegnare un mestiere ai detenuti si basa sugli studi del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) secondo i quali oltre il 70% delle persone detenute in Italia torna a delinquere dopo l’uscita dal carcere. Nel caso in cui i detenuti siano coinvolti in progetti lavorativi e di formazione, la recidiva crolla sotto il 10%. Quindi far lavorare i detenuti conviene a tutti.
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